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Quello che mi è stato detto è la pura verità, non c’è niente di più vero.
Inizi a nasconderti nel cercare qualcosa di lontano da te, qualcosa che ti manca o che credi ti manchi. Lo cerchi nelle situazioni e nelle persone meno reali che incontri, nelle meno importanti. Lo fai per pensare a qualcosa di diverso, per sperare in qualcosa di diverso.
Ma quello che mi è stato detto è la pura verità, e non c’è niente di più vero. Cominci a renderti conto di quello che stai facendo, e sai benissimo di farlo consapevolmente, per paura di farsi troppo male, per paura di tutto. E nello stesso istante ti rendi conto di sentirti diversamente da tutte le altre volte, che hai appena fatto il passo verso tutto ciò di cui hai paura, verso tutto ciò che ti terrorizza. Ti rendi conto che questa volta hai oltrepassato il limite che ti eri imposta. E ti senti patetica. Come ti sei sentita troppe volte e come non vuoi sentirti più.

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No vabbè, volevo dire che siete belli e che vi voglio tanto bene.

No vabbè, volevo dire che siete belli e che vi voglio tanto bene.

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“Sciogli il nodo, non tagliarlo.”

Forse se iniziassi a scrivermelo ovunque riuscirei a farmelo entrare in testa.

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"Credo di essermi infognata veramente questa volta. Neanche Eugene Hütz riesce a farmi il solito effetto…"

E’ la fine.

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Era tanto tempo che non piangevo per qualcuno.

Avevo deciso di rinchiudermi nel mio piccolo cubo nero, per difendermi dal peso e dalla pressione dell’atmosfera, per difendermi dalle paure e dalle delusioni, per evitare che tutto mi facesse impoldere ancora una volta. Ma adesso ho deciso di uscire dal mio cubo, di espormi all’aria fresca e calda allo stesso tempo. Ho deciso di buttarmi, senza pensare a quanto potrei farmi male. Senza pensare a tutto il male che c’era già stato e che potrebbe tornare da un momento all’altro. Ho pensato che tutto sarà diverso, che ne varrà veramente la pena. Mi sono lanciata in mezzo a tutto questo, nonostante sappia benissimo che la mia corazza non è ancora pronta, che deve formarsi del tutto, che ci sono punti in cui la carne viva è ancora scoperta, pronta ad essere ferita in qualsiasi istante.

Poi mentre sono in macchina sperando che quella mezz’ora passi in un momento, vedo sempre quel fiore giallo cresciuto in mezzo alla corsia d’emergenza ed è così forte, alto e bello, e penso a quanto vorrei essere quel fiore cresciuto in mezzo all’asfalto così forte, alto e bello.

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E continuo a chiedermelo. Non posso non farlo. Nonostante mi distrugga. Nonostante una parte di me sappia benissimo che l’unica risposta mi è già stata data, che ci vorrà solo un po’ di tempo. Ma non posso non farlo. Ne vale troppo la pena. E’ troppo importante.

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Ho sempre pensato che la paura portasse le persone ad attaccare, ma nel mio caso non succede. La testa si annebbia, è come se si spegnesse. Faccio in modo di pensare che non sia successo niente, faccio finta di non essermene neanche accorta, mi dico che le cose non sono come le ho percepite, ma che sicuramente sono in maniera diversa. Le poche volte che ho cercato di reagire è stato tutto inutile ed ho solo peggiorato le cose. Quindi ogni volta faccio in modo che agli altri sembri che le cose mi scivolino addosso, che quelle parole dette in quel modo non mi abbiano colpito come cazzotti nello stomaco, che quel comportamento non mi abbia fatto sentire meno di zero. Ma tutto rimane lì, si accumula, e vorrei solo vomitare e capire. Ma non dico mai niente, a nessuno, e in nessun caso. Chino la testa e cerco di attutire il più possibile i colpi. La colpa non è di nessuno. Solo mia. Per una volta vorrei avere coraggio e tirare fuori tutto quello che ho da tirare fuori. Vorrei solo sentire le parole uscire in maniera chiara e diretta. Vorrei solo capire, spiegarmi e sentire quelle parole, anche senza nessun motivo, anche senza nessuna spiegazione, ma vorrei veramente sentirle. Vorrei solo riuscire ad arrabbiarmi con tutte le forze che ho, arrabbiarmi veramente, a sfogarmi con tutti almeno una volta, una soltanto. O almeno riuscire a farmi veramente scivolare tutto addosso, senza ansie, senza angosce, senza sensi di colpa. Ma non dico mai niente, a nessuno, e in nessun caso. Chino la testa e cerco di attutire il più possibile i colpi. La colpa non è di nessuno. Solo mia.

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Preferirei semplicemente che mi venga sbattuta la cruda verità in faccia. Questo non mi serve a niente. Non mi aiuta. Mi spiazza e riesce solo a confondermi. La bocca dello stomaco e la gola si stringono e mi sento soffocare. Preferirei semplicemente poterne parlare, per capire, per sbatterci la testa e continuare a capire.

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Ok, sono innamorata di questo cosino.

Ok, sono innamorata di questo cosino.

(Source: weheartit.com, via lucabrate)

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Avrei voglia di cancellare tutto per fare finta che questo non ci sia, per fare finta di esserci riuscita, per fare finta che tutto sia passato.

Aggiungiamoci tutte quelle piccole cose che la mia poca pazienza comincia a non tollerare più ed ecco che abbiamo un bel quadro generale della situazione.

Soluzione:

1) Ritagliare un bel sorriso a trentadue denti da una di quelle riviste di moda glitterate.

2) Incollare il sorriso glitterato sulla propria faccia al posto dell’espressione grigia e smunta (degna dei migliori zombie) che abbiamo assunto.

Tutto risolto.

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E faccio finta di non sapere quanto male fa cadere giù.

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Esattamente in questo modo.

Esattamente in questo modo.

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Ogni volta che vedo o sento mia zia, lei inizia a farmi una serie infinita di domande “cosa fai in questi giorni bla bla” “cosa non fai bla bla” “hai qualcosa in programma bla bla” “com’è andata qui bla bla” “come è andata la bla bla” “con le tue amiche bla bla” “l’amore bla bla” “l’università bla bla”, a cui pretende una risposta lunga e articolata e a cui invece ogni volta io rispondo con un semplice si, no o boh. E ogni volta alla fine della “conversazione” mi chiede se sono “felice e serena” e io vorrei rispondere chiedendole per quale cazzo di motivo secondo lei dovrei essere “felice e serena”. Ma poi mi dico che in realtà non sa niente. Che alla fine non è colpa sua, lei conosce solo la parte di me che appare. Quella un po’ indifferente, quella che sembra non farsi toccare e emozionare da niente, quella che non piange mai. E allora ogni volta le rispondo con un semplice e banale “Si, normale dai.”

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Dans Paris,Christophe Honoré
(Louis Garrel e Romain Duris)

Dans Paris,Christophe Honoré

(Louis Garrel e Romain Duris)

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Mi dispiace che tu debba vedermi così. Mi dispiace che tu ti senta in colpa inutilmente. Mi dispiace non riuscire a dire quella parola in più che mi passa per la testa. Mi dispiace non riuscire a spiegarti perché. Mi dispiace di aver paura di essere come sono anche in questo momento, anche di fronte a te, che so benissimo che è l’ultima cosa di cui dovrei preoccuparmi. Mi dispiace di non riuscire ad ascoltare le tue parole che vorrebbero aiutarmi. Mi dispiace vederti piangere per le mie lacrime e mi dispiace non poter fare niente per fermarle. Mi dispiace, davvero.